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conosci te stesso

sapevo che sarebbe arrivato questo momento e lo temevo fortemente.
è il momento esatto in cui mi svacco e comincio a pensare di voler cambiare vita, trovare un lavoro più utile, uno stile di vita più naturale, il momento in cui sogno di potermi accontentare di una passaggiata in mezzo ai boschi, di sentirmi a mio agio vestita con la tuta, di mangiare solo e rigosamente bio autocoltivato.
E' il momento in cui la vita che faccio mi repelle tanto tanto da volerla sfanculare, sognando quello che, tutto sommato, apprezzo solo per piccole e brevi parentesi depurative.
Diciamo che è stato superato il limite di umana pazienza, cioè ammetto che il mio limite sia troppo limitato, ma ammetto anche sono veramente circondata da teste di cazzo.
ho quella strana sensazione di inutilità

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c’è questa cantilena che accompagna la mia vita.
da quando ero bambina e, legittimamente felice, c’è sempre stata una venatura di dolere, una stortura. Qualcosa in sospeso, in perenne affanno che non ha mai permesso di sentirmi apertamente e dichiaratamente serena.
L’età adulta ha solo peggiorato la situazione di partenza. Con la crescita anagrafica e fisica anche i problemi sono cresciuti e aumentati di dimensioni.
ma non voglio lamentarmi deprimendomi raccontando le sfighe di una vita. Voglio trovare sfogo a questo enorme peso sul cuore.
A questo senso di impotenza che crescendo diventa pesante come una montagna. Io piccola come una formica cerco di far rotolare lontano il macigno che opprime il senso della vita.
 
non so come fare.
non so cosa fare
non so
non lo so
 
Non c’è soluzione e questa è di fatto sopravvivenza, perchè se ogni attimo e parentesi si offusca, non esiste leggerezza nel vivere. Se nella vita non si cammina sopra le nuvole, la vita non è vita. La vita come sacrificio perpetrato non riesco a sopportarla.
 
fabiana oggi ha deciso di morire
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Grazie, Signore grazie

non sono più precaria da un pò di tempo. evviva. eppure non ho neanche brindato al nuovo contratto finemente uguagliato al resto dei lavoratori.
Sono stata convocata nell’ufficio del capo dei capi e dalla sua bocca sono uscite parole inequivocabili non sulla mia presunta bravura in ambito lavorativo, ma sulla grandiosità e bontà dell’azienda che concede a un misero plancton come me addirittura un contratto a tempo determinato. Ecco che poi ragionandoci sono ancora precaria perchè tra un pò scado, di nuovo.
Ma non voglio analizzare la mia nuova condizione di precarietà visto che ho conosciuto tempi peggiori, vorrei però soffermarmi sulla magnanimità aziendale che ha concesso alla qui presente di possedere, dopo 12 anni di lavoro, un contratto vagamente legale.
Mentre ascoltavo la liturgia alcune parole si evidenziavano: sacrifici dell’azienda, costi del dipendente, assicurazione inail, previdenza, peso, peso, peso, peso. Oltre al mio silenzio omertoso, il concetto cardine del capo dei capi è che la mia figura di giovane donna lavoratrice diventa un peso in una società presumibilmente maschilista che crede che concedere quello che è un diritto di ogni lavoratore sia un favore, una grazia, un miracolo. Alla fine del discorso dopo aver apposto la firma, sentivo la necessità di inginocchiarmi e baciare la mani per la smisurata grazia ricevuta. La scena si è replicata all’infinito al di fuori delle mura lavorative. grandi applausi per il direttore che dall’alto della sua generosità mi ha concesso un contratto.
Questo probabilmente è il più grosso paradosso che mi è toccato in sorte.
ringraziare chi ha concesso quello che spetta di diritto, perchè, è evidente, i diritti non sono uguali per tutti… un pò come la legge.
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dimenticavo

e come ogni insana depressa che si rispetti passo da momenti di abbrutimento cosmici a vere e proprie rivoluzioni ormonali di felicità. sfogo la parte di me eccitata in palestra affrontando torture di ogni tipo.
l’altra parte, quella infelice e insoddisfatta, la lascio rantolare sdraiata per terra in posizione fetale, nella speranza… boh, non so neanche di cosa.

 

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non so se sono stata chiara

vorrei presentarvi la mia depressione.

Eccola qua, sta bene, vive con me da molti anni, ci stimiamo e sappiamo quasi sempre come prenderci. Alla vigilia delle mie ferie, sacrosante, assolute e mai desiderate così tanto, è tornata a farmi visita, lasciandomi sola e solitaria con lacrime e dolore viscerale. Quando arriva perchè deve arrivare, io sento il suo odore e capto i tanti piccoli segnali che inequivocabilmente mi preparano. Prima scappavo perchè tutto mi faceva paura, correvo nella direzione opposta cercando di non farmi prendere, inconsapevole e inconscia, mi affannavo per evitare il prevedibile. Ora no, assaporo i primi ruggiti della mia depre, li aspetto e mi preparo. Accolgo ogni segno e lo vivo fino in fondo, con un pizzico di straziante dolore, cercando di migliorarmi ogni volta, di vivere comunque e sempre in equilibrio.

Poi certo, arriva qualche stronzo a disintegrarmi e vorrei solo essere cattiva e spietata, ma quando si vive con una zavorra attaccata alla caviglia, tutto diventa più complicato anche mandare qualcuno a cagare.

Ed è vacanza, capito?capito? no dico, capito? io ho bisogno di riposo, capito?capito?