Pubblicato in: sociologia da 4 soldi

Lui non è libero

Il mio bellissimo maritone con la barba ha una galassia di passioni.

Incontenibile e strabordante entra nelle vite degli altri come un treno, supportato un egocentrismo esasperato, ogni sua passione diventa necessariamente perno osmotico della mia vita. Io sto li che cerco sempre di contrattare una via di mezzo (la mia mezza via di fuga) ma questo pendolino di marito, quando cerco di ostacolare lo tsunami delle sue richieste, si offende e si incazza, perchè per la sua mente egocentrica è impossibile che io non provi piacere nel farlo stare bene.

Esordisce sempre con questa frase: ma che ti costa aiutarmi a fare… (al posto dei puntini potete mettere: fare le foto, fare un video, ascoltare ultimo album metal, vedere ultimo video metal/tennis/calcio/calcetto, accompagnarmi qui o li, vedere la partita di calcio/tennis).

Tra le varie passioni quella veramente più travolgente è la l’amore incontrollato tripartito per smartphone, tablet, mac. Non si schioda, con ogni device ha un rapporto morboso.

La giornata tipo: prima cosa guardare l’iphone, e vabbè ci sta. Comunque buongiorno. Seconda cosa andare al mac per controllare i giornali online. Comunque c’è da preparare la colazione. Terza, andare in bagno con ipad. Comunque è tardi.

Poi quando si sta in giro c’è sempre lo smartphone con il quale è necessario controllare: Twitter, facebook, la posta elettronica, Instagram, siti di tennis e di calcio, delle volte controlla anche skype, ovviamente sms e immancabile whatsapp.

Spesso tutto ciò accade più e più volte in una sola ora. Se la sera ad esempio stiamo guardando un programma in tv, mentre parlo di qualcosa inerente il programma in questione, la sua reazione sarà di leggere twitter, rispondere, sorridere da solo, inoltrare, taggare, scrivere e rispondere, mentre io cerco la sua attenzione, parlando ovviamente da sola.

Se provo a farglielo notare, la reazione tipo di chi ha una dipendenza, inizia con queste parole: ma stai scherzando, no scusa ma dimmi dove sto sbagliando, ho solo guardato un attimo, no ma dimmi se sto togliendo tempo alla mia famiglia, dimmi cosa c’è di male… io in questa casa non posso fare niente, non sono libero.

Lui non è libero. Mavvanfaculo

Pubblicato in: mamma

Chiedo asilo

Figlio santo adoratissimo, FINALMENTE, domani inizia l’asilo. Primo anno di maternità. La gioia della casa sta rompendo i maroni un po’ a tutti perchè a un certo punto stare sempre sempre a casa con i nonni lo ha trasformato in una specie di mostro a tre teste che esige super attenzioni. I nonni sono santi ma anche stronzi che gli fanno fare come gli pare. Quindi durante i mesi di non scuola abbiamo creato questo moccioso rompicoglioni ma sempre super dolce che non gli si riesce a dire niente, o comunque poco.

Mentre in casa stiamo facendo il conto alla rovescia, scambiandoci sguardi di intesa immaginando un figlio felice ma più stanco, governato dalle sagge maestre, mangiato dalle accurate nutrizioniste della asl, vengo a sapere di mamme in preda a una crisi nervi al pensiero che il figlio possa divertirsi anche senza di loro.

Questo pensiero mi sfugge e il desiderio di sapere tuo figlio felice solo se sta con te, lo trovo un pensiero sporco e cattivo. Improprio.

Quindi sento di donne che piangono disperate che gli mancherà il figlio dentro casa (ma veramente?), sento agitazione per la corretta valutazione della scuola, della classe, delle maestre, delle ausiliare, dei compagni, sento vociare di fondo di madri che hanno soppesato ogni possibile sfumatura di sensazione del figlio e ne si disperano preventivamente, sento lo sciacquone dei pensieri scrosciare acqua di fronte a questo stronzate. Sento la frenesia nel terrore che bambini di 3 anni possano uniformarsi alla massa.

La maternità mi ha donato molto cose, compresi i chili in più che non se ne vanno, e tra queste l’approccio realista alle cose. Io stra-amo mio figlio, è spessissimo nei miei pensieri, la mia vita e quella del mio compagno (suo papà) è tutta incentrata alla sua felicità, la sua felicità prevede però anche la nostra soddisfazione.

La concentrazione ossessiva genera solo pianti inconsulti, restrizione, recinzioni.

Mi dicevano sempre che un figlio lo avrei messo al mondo ma poi sarebbe stato libero, io ho il piacere di crescere questo meraviglioso essere, vorrei che sapesse che nel mondo esiste tutto, spero che incontri le cose belle, lo aiuterò ad affrontare quelle brutte, sarò la sua rete di salvataggio ma spero che voli da solo, sapendo che se rischia di cadere non sarà mai solo.

E poi, che cazzo, stanno andando all’asilo, mica in miniera.

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la sicurezza dei miei oggetti

Ho cambiato casa. Di nuovo. Ci siamo armati di pazienza e abbiamo impacchettato pezzi di vita in grandi e sgangherati scatoloni.

Fino a qualche anno fa cambiare casa mi sembrava impossibile, sentivo di potermi considerare al sicuro solo in un angolo della mia casa, che solo quell’angolino significava famiglia, calore, amore e protezione. Poi a un certo punto ho dovuto affrontare la vita da adulta e sono andata ad abitare da sola, poi per questione di vita e di amore ho cambiato ancora, ancora e poi ancora. Ogni casa lasciata è stato un piccolo dramma, con le abitudini da ricalibrare, gli spazi da memorizzare, la vita da ottimizzare. Le cose da buttare.

 

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l cambio di casa è la pulizia del mio cuore. Elimino quello che, in un tempo lontano, ha fatto di parte di me, ho eliminato gli oggetti legati alla mia vita passata, ho fatto spazio per accogliere la vita futura, accumulare nuove emozioni e sensazioni.

Cambiare casa è duro, faticoso, difficile, uno stravolgimento potente. Questo trasloco è stato particolarmente significativo.

Oltre ad essermi innamorata della nostra nuova casa praticamente da subito, il trasloco mi ha offerto la possibilità di liberarmi di pesi che mi portavo dietro da troppo tempo, rendendomi più leggera e coraggiosa. Ho eliminato, buttato e disintegrato tanti oggetti che mi legavano a persone che non fanno più parte della mia, persone che ho amato e con cui ho condiviso meravigliose esperienze, ma che ora non fanno più parte della mia vita. Quegli oggetti erano lì, polverosi e dimenticati, a ricordare un tempo che fu, a darmi la sicurezza di non sentirmi mai sola. Ho fatto spazio, ho tolto quel peso grande dal mio grande che mi frenava un po’ e non mi permetteva di tagliare questo cordono ombelicale metaforico aggrovigliato al mio passato.

Ho preso grandi buste, le ho riempite di tutti quegli oggetti appesi e legati a una vita che non è più la mia. Li eliminati. Ho fatto talmente tanto spazio che ora, sì, sono pronta per tutta la vita che verrà, per tutto l’amore che ci sarà.

Ho imparato ad affrontare la vita cambiandola. Quello che è stato, quello che sono stata, non è scomparso perchè galleggia in qualche anfratto dei miei ricordi. Ma ora sono libera e diventare adulti, dopo tutto, non è così male.

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vivere una favola

Io e maritone bellissimo con la barba in realtà non siamo sposati. questo è uno scoop, ma io e lui non ci siamo uniti nel sacro vincolo del matrimonio.

A me non è mai fregato nulla del matrimonio, non in assoluto, ma non l’ho mai vissuto, pensato, immaginato come una tappa fondamentale della mia vita. Può essere una evento molto bello come ce ne sono tanti. Non ho la smania da abito bianco né le frenesie da invasata che necessita del giorno da protagonista, non me ne frega un cazzo di sembrare una principessa.

Quando racconto questa cosa, gli uomini (scemi) mi guardano come fossi l’anticristo. Me ne dicono di tutti i colori, l’accusa principale è che “non sono romantica”. Diciamo che è anche vero, non sono romantica come ci si aspetta o forse non sono romantica come le fiabe ci hanno detto che dovrebbe essere una donna romantica.

Non ho mai aspettato il principe azzurro, mai cercato, mai voluto. Ma mi sono innamorata follemente, ho fatto gesti scemi e pazzi, ho spezzato cuori e me lo sono fatto spezzare. Ho compiuto quelli che per me erano grandi gesti romantici.

Invece, parlando con gli uomini (scemi) scopro che in realtà quello che si aspettano da una donna è un po’ il comportamento da principessa scema, quella svenevole, quella che sogna solo di incontrare un uomo che le regali un giorno da favola. Poi però, questi uomini scemi, si lamentano delle loro donne principesse che diventano, dopo il giorno da favola, delle cacacazzi. E parlano di infelicità di coppia, di matrimonio castrante e di altre cose brutte e tristi. Quando faccio notare che nonostante non senta il bisogno del romanticismo esasperato, mi fanno sentire, di nuovo, come l’anticristo. Come quella strana che non solo non desidera il matrimonio, ma è anche molto innamorata del compagno, e questa pare essere la più grande distonia riscontrata.

Non scrivo niente su questi uomini perchè sono veramente degli scemi superficiali con un’idea della donna idealizzata, anzi stilizzata e superficiale proprio come nelle favole. La donnina fragilina che aspetta solo di essere ammirata, salvata, accudita e protetta.

Ma chi sono queste donne che ancora oggi sognano il matrimonio come punto di arrivo della loro vita? quali sono le donne che si concentrano solo sulla felicità di coppia e non su quella individuale? chi ha il desiderio di essere solo moglie?

Io voglio essere protetta, amata, celebrata dal mio compagno e sono le stesse cose che spero di fare io per lui. Di proteggerlo, amarlo, celebrarlo. Senza eclissarmi, senza considerarmi solo in funzione della nostra unione.

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puoi anche scavare

Peggio dell’insinuante virus delle “serate del calcetto” che si può abbattere su una famiglia felice e armonica, ci sono solo “le serate con gli amici del calcetto”. La prolungata egocentrica necessità dei maschi di trovarsi in branco ad ululare alla luna quanto ce l’hanno lungo.

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analisi superficiale che non serve a un cazzo

Nascere uomini significa avere la vita un po’ più agevolata. Parlo del civile e progressista occidente. Non voglio minimamente intraprendere un pensiero esteso sulla figura della donna nel mondo.

Vorrei invece scrivere come alla fine nascere con il pisello sia ancora un vantaggio nel nostro Paese. Si, è un vantaggio a livello lavorativo: sicuramente un uomo riesce a fare carriera senza grandi dimostrazioni di passione e dedizione. Va bene, non ovunque ma dove mi è capitato di lavorare e vivere si, gli uomini sono guardati bene, le donne velatamente disprezzate.

Ad esempio tanti anni fa: io e il mio fidanzato dell’epoca facevamo più o meno lo stesso lavoro con contratti di merda (a progetto mi pare) in 2 aziende diverse, le paghe più o meno equivalenti. Passano un paio d’anni, sbraitiamo con i nostri rispettivi capi perchè sarebbe il caso di fare un contratto decente con tanto di aumento. Risultato: lui assunto a tempo indeterminato perchè gli sono stati riconosciuti tutti gli immensi sacrifici perpetrati per l’azienda. A me, si incazzano tutti e, allo scadere del contratto a progetto, offrono una (finta) partiva iva per 2 spicci.

Ecco la differenza abissale. Si può anche pensare al merito ma se veramente avessi fatto poco e male, non mi sarebbe stato rinnovato il contratto. Negli anni lavorativi ne ho viste di tutti i colori. Mentre osservavo, felice ma stupita, le grandi crescite di amici e fidanzati, vivevo la mia caduta nella stratosfera della sfiga. Sono sempre capitata al posto sbagliato, al momento sbagliato, vestita male.

Vabbè. Ma quello che mi preme scrivere qui, per ricordarmelo in futuro, è che gli uomini hanno una vita più semplice. Sotto tutti i punti di vista.

Dal punto di vista antropologico: no depilazione (almeno non obbligata), no trucco (almeno non per pelle di merda), no parrucco (al netto di un barbiere che non costa un cazzo), no cellulite (in teoria), no mestruazioni, no gravidanza, no parto, no amicizie femminili asfissianti. Diciamo che antropologicamente la natura li ha resi più grezzi ma con problemi di gestione di passioni ed hobby.

Il mio marito con la barba ha grandi passioni come si confà ad un uomo. Ha tutta la libertà di starsene a casa per una intera settimana da solo senza avere il minimo sospetto di doverla sistemare, la casa. Se ne sta lì, a crogiolarsi nelle sue passioni, nello specifico ora è il tempo del tennis e di qualche cazzo di torneo che deve seguire in tv. Tutto il resto non conta, non vale, non serve, non è importante e soprattutto, lo cito, “non mi va di fare un cazzo”. Questo è concesso solo agli uomini. Se a mia madre dico: guarda marito con la barba non ha manco rifatto il letto a casa, lei mi risponde: e poraccio lascialo riposare che lui lavora. Si mamma, ma anche io lavoro. Ma io, in quanto donna, ho il dovere morale di sistemare tutto. Tutto l’universo che mi gira intorno. Siamo programmate e siamo costrette a mettere a posto tutto, che sia la cucina, la stanza del figlio, il lavoro, la spesa, il marito. Dobbiamo mettere in ordine le cose. Dobbiamo farlo vestendoci bene, rimanendo in forma, sfornando figli, scopando come in un film porno, cucinando come Cracco, ragionando come la Montalcini, divertendo come Woody Allen, sofisticate, impeccabili, passionali, materne e scientifiche. Discriminate sempre. La vita delle donne è complicata. Inutile stare dire fesserie, la nostra vita non è lineare come non sono lineari i nostri pensieri. E si, perché se da una parte c’è questa immensità di responsabilità, redini da tenere piantate su tacco 9, dall’altra abbiamo una naturale propensione ad essere complicate. Sono gli ormoni, me la racconto così da anni, alla fine ogni mese veniamo investite da questa ondata ormonale destabilizzante che ci confonde, ci espone.

Ma dicevo gli uomini, oltre al lavoro e all’umana natura, hanno una spiccata capacità di rendersi la vita felice. Sono facili ed elementari e quando i loro pensieri si complicano, vanno in tilt. Ma hanno la sfacciata fortuna di essere superficiali, di avere passioni totalizzanti, di avere sempre uno sport da seguire e amare, un hobby che gli riempi la vita. Si vabbè saranno pure felici ma sembrano dei coglioni.

Veniamo ai fatti: il mio super maritone con la barba ha tantissime passioni. Ma tante proprio e le vive come farebbe un ragazzino di 12 anni, con atteggiamento religioso, divertendosi da matti, con questo approccio alla vita veramente scemo.

Ad esempio, oltre al succitato tennis, barbone ha ritrovato l’ardito amore per la mai sopita passione calcistica. Ergo siamo tornati a vedere calcio in tv, a parlarne, a leggerne, e, ultimo ma non meno importante, a giocarlo. Ebbene si, anche la nostra famiglia è caduta vittima del famigerato “calcetto con gli amici”. E’ tutto finito, perché il calcetto per l’uomo assume un significato profondo, oserei affermare sociologico, è la valvola di sfogo. Ho osservato la metamorfosi calcista di marito. E’ passato dal “me non me ne frega un cazzo” al “ora mi compro la divisa così facciamo ancora più squadra”. Il tutto forse nel giro di 20 minuti.

Nella mia analisi sociologica ho dedotto che per gli uomini il calcetto è il branco, quella naturale necessità di stare insieme ai simili (tutti scemi uguali) a correre dietro una palla, abbracciarsi liberi da pregiudizi, spogliarsi e farsi le docce insieme, sentendosi comunque molto maschi. Facendo, immagino, battute idiote, sentendosi fondamentali, importanti, elementi di una comunità chiusa che ti accetta anche se ti prende in giro, che ti richiamerà alla prossima partita.

Hanno bisogno di questo spazio perché manca quell’aspetto invece tenacemente presente nella vita delle donne che hanno la capacità di rovinarsi anche le amicizie. Gli uomini non hanno l’amica del cuore. Che per le donne significa: raccontarsi ogni minima stronzata, ascoltare ogni minima stronzata e parlarne per ore.

L’amicizia delle donne è totalitaria ma sfibrante, proprio perché il nostro approccio è sempre complicato, l’amicizia non poteva essere da meno. 2 donne amiche possono arrivare ad amarsi profondamente come nemmeno 2 amanti, possono toccare livelli di intimità confessionali, possono abbracciarsi e baciarsi senza pregiudizi e con la stessa intensità possono dirsi addio e non parlarsi mai più. Così, senza un ragionevole motivi, dimenticarsi e odiarsi. Anche e soprattutto per banalità.

Fa parte del meccanismo un po’ perverso nel quale le donne vivono robotizzate sentimenti e azioni.

La nostra vita è complicata perché siamo costantemente sovraccaricate di responsabilità e aspettative che gli uomini non vivono. La loro vita è più lineare come i loro ragionamenti.

Noi no, no dobbiamo essere tutto, sempre, presenti per tutti. Ovviamente sempre sottopagate.

 

Pubblicato in: depressione e di altre cose

resistere

oggi è quella giornata un po’ così. quella che è sempre in agguato. quella giornata che non so bene quando arriverà ma so che ci sarà nella mia vita.

mi riputo una persona divertente anche quando sto affondando nella merda, ho sempre un briciolino di spirito ironico, sarcastico. Mi piace ridere.

Ma sono divertente quando sono incazzata, perchè principalmente trovo ridicole un sacco di cose. allora straparlo e divento divertente.
poi ci sono quei giorni in cui non sono incazzata e nevrotica. Ma sono solo triste. Malinconica. Non trovo niente di bello intorno a me, niente mi fa incazzare ma tutto mi provoca piccoli sussulti al cuore e mi sento frammentata.

quando arriva questo giorno non gli resisto e mi abbandono, come le meduse con le maree, e mi lascio trasportare in questo vortice di caos e depressione, travolta approdo su qualche spiaggia abbandonatamente del mio inconscio e piango,

mi dispero, mi deprimo. Poi la giornata di merda passa e io ricomincio a ricostruire i pezzi. mi aggiusto affidandomi alla mia ironia, rido del mio stato di malinconia. Forse in medicina quello che vivo ha un nome da patologia curabile o forse siamo tutti mezzi depressi e angosciati.

Non lo so. Quando vivo le maree nere della mia depressione faccio cose che non dovrei tipo: ascoltare musica triste tutto il giorno, spesso la stessa canzone triste per tutto il giorno, non leggere niente che possa distrarmi dal mio stato contrito, oppure leggere solo cosi tristi per essere ancora più triste e piangere lacrime tristi. Insomma mi raggomitolo in una cuccia di dolore, ad espiare le colpe e le sofferenze, preferibilmente vorrei stare sola, senza rivolgere parola a nessuno. Tanto nn mi escono le parole ma solo mugugni. tristi.

Pubblicato in: viaggi e presunzione

fottute ferie

anche quest’anno le ferie sono finite. Volate, disintegrate, già dimenticate. Sono seduta in ufficio e guardo compassionevole il monitor sperando mi aiuti a superare queste interminabili ore di rotture di cazzo.

Non sarà così, quella che mi si prospetta è agonia. Lavorare è una rottura di palle. Stare in ferie al mare è una cosa molto bella.

Ora io sto a lavoro.

Ma prima di farmi venire le crisi isteriche per le ferie 2014 definitivamente archiviate ho la necessita di scrivere quelle che sono state le mie vacanze, se vogliamo apostrofarle così.

Quando: 3 settimane, nello specifico le prime tre di agosto.

Dove: una settimana ospite di amici al Circeo e 2 (e dico DUE) settimane dai miei genitori al campeggio. In roulette, fanculo la privacy.

Contesto: io stanca morta, figlio treenne indiavolato e sotto chiaro effetto di doping, ospiti al circeo sull’orlo di una crisi, i miei genitori 2 atroci schiavisti in preda a psicosi da comando, parafrasando sembravano 2 gendarmi nazisti.

Vabbè, passa la settimana a casa di amici che quasi ho pensato di andarmene prima. E’ stata una scelta kamikaze, diciamo anche una scelta del cazzo, 3 mamme con 3 bimbi di 3 anni amichetti dell’asilo. Ho sofferto di tutto: noia, ansia, colpo di calore, claustrofobia, scoglionamento ripetuto. Non è stata tutta merda ma non è stata neanche la VACANZA come la intendo io, ovvero fare come cazzo mi pare. Ma come si dice, i bambini sono stati bene e hanno respirato l’aria buona di mare.

2 settimane al campeggio. Con i miei genitori. Con il mio compagno. Con nostro figlio, of course.

I miei genitori sono circa 30 anni che frequentano questo campeggio, io la trovo una cosa assurda farsi le vacanze sempre nello stesso posto ma, loro ci trovano alcuni fattori imprescindibili per non cambiare: il campeggio sta vicino roma ma abbastanza distante da farti sentire in vacanza, al campeggio si conoscono tutti da anni ed è un piccolo porto sicuro, il campeggio è in mezzo alla natura, in mezzo a una pineta a pochi passi dal mare. E mi sembra che queste siano le cose positive che costringono i miei genitori a ritornare compulsivamente tutti gli anni in questo posto ameno.

Io non lo sopporto molto ma l’aria di mare, pare, faccia bene ai bambini e qui effettivamente mio figlio sta felice e completamente selvaggio, anarchico e un po’ stronzo.

Preparatevi al gergo da campeggio: i miei fanno la STAGIONALE, (dicesi stagionale abbonamento che va da maggio a settembre) quindi parcheggiano la ROULOTTE (una specie di camper ma più sfigato) in una PIAZZOLA (l’area delimitata dove posizionarsi). Oltre alla roulotte generalmente gli stagionale montano anche: una VERANDA (una tenda appiccicata alla roulotte) e un tendalino (una tendalino è un tendalino se non lo sapete andate a cercare su internet) e poi l’immancabile CUCININO (una specie di tenda adibita a cucina dove, ma pensa, ci si cucina). In più hanno 3 frigoriferi, non so bene quanti tavoli, sedie, sdraio, lettini, televisori.

Praticamente tutti i comfort. Praticamente come avere una casa al mare senza le comodità di una casa e senza la gioia di avere un bagno privato.

E già, la vita di campeggio mette a dura la prova la mia spasmodica necessità di privacy e soprattutto la mia stitichezza.

Al campeggio è tutto in comune, i bagni, i lavandini, le docce. Le gioie e i dolori, gli scassamenti di palle soprattutto.

Ma mi ripeto come un mantra che qui mio figlio è molto molto felice e soprattutto mi ripeto che quest’anno non avevamo soldi neanche per arrivare a fregene quindi tutto sommato il campeggio va bene.

Al campeggio i miei genitori si trasformano in una strana forma di duo paramilitare pronto a dettare ordini e scandire il tempo per questa marcia che è la giornata.

Hanno delle abitudini molto radicate, che poi sono le abitudine romane trasferite in vacanza. Per mia madre io sono il male sotto forma di disordine, la disoriento perchè lei vorrei vivere forse in una stanza depressurizzata, sterilizzata mentre io, nella sua testa, sono il caos. Il mio compagno invece per mia madre è il demone del casino, è lo tsunami che si abbatte sulla sua psicosi maniacale di ordine e precisione, sposta tutta fa casino, la fa incazzare, noi la facciamo incazzare perchè disordinati e sporchi.

Per mio padre siamo 2 cacacazzi che gli disturbano la routine e sovente rompiano qualcosa, oltre le palle, che poi lui deve aggiustare triandoci dietro vari anatemi.

Al campeggio, andandoci da 30 anni, conosco un sacco di gente, a parte però quelli che frequento spesso anche a Roma, non mi ricordo un cazzo di nome, spesso neanche le fisionomie, sempre perchè aspiro all’ascetismo e al silenzio. Impossibile: per mia madre c’è sempre un mestiere da fare, per chiunque altro sempre un’attività da fare che sia anche prendere un caffè, al campeggio tutto si deve fare insieme a qualcuno. Praticamente è la materializzazione di tutti i miei incubi.

 

Aggiungo qui il link del mio prolisso e grafomane compagno che ha voluto scrivere un reportage dettagliato delle nostre vacanze al campeggio.

Sognando la California a Montalto di Castro

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donne

Allora riflettevo su questa festa delle donne. Giusta osservazione: è passata una settimana. Lo so ma ci ho voluto riflettere molto perchè non so mai come comportarmi.Tipo Natale, non lo reggo ma se poi penso di non festeggiarlo mi viene il magone. Quindi questa festa della donna è sempre in bilico, auguri si/auguri no. Intraprendo spesso angosciosi interrogativi al riguardo: conta ancora qualcosa? E’ necessario ribadire l’importanza delle persone per di più donne con una festa?

Bo che ne so, forse è importante ricordare che le persone tutte vanno rispettate e considerate uguali ma che al contempo, per rispettarle, vanno altrettanto considerate le diseguaglianze. E si, mi sono scervellata nello specifico su questo concetto di diseguaglianza. Non è che ho scoperto l’acqua calda, ho solo riflettutto parecchio su questo bellissimo essere tutti diseguali nel mondo.

Sono diversa dagli uomini, non voglio neanche avere la presunzione di considerarmi uguali a tutte le altre donne. Voglio e desidero cose diverse, posso fare delle cose, altre non ho proprio la testa e la manualità, lo accetto. Non sono una mente matematica né schematica né ordinata. Amen. Non ho la forza per aprire una bottiglia d’acqua e me la faccio aprire dal mio bellissimo maritone con la barba. ma ho portato nella pancia nostro figlio scorrazzando per roma, lavorando fino a che ho potuto. Ho altre forze, altre risorse. Che vanno rispettate e che non vanno celebrate come migliori o peggiori, sono altre. Sono diseguale ma ho gli stessi diritti di tutti, ho appunto il diritto di essere diversa.

Hai capito che pensierone che ho tirato fuori? L’ho pensato  tutto d’un fiato. Guardando Samuele, questo piccolo uomo di 3 anni. Questa personalità in miniatura con la quale sto crescendo insieme fonte di ispirazione neuronale.

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salti tu, salto io

 
vorrei scrivere una roba romantica. Avevo pensato di scriverla per San valentino, ma il demone dell’influenza è entrato in casa e ora, forse, serve un esorcismo per liberarci dai virus di vari e diversa intensità.

Ma dicevo che sto per scrivere una cosa d’amore. COSA D’AMORE. Già si evince la poesia.

Non sono avvezza al romanticismo, perchè sì, che belli i grandi gesti che fanno piacere a tutti ma sono più una che si lascia impressionare dalla quotidianità. Cioè apprezzo molto di più la sopportazione infinita di chi decide di starmi accanto nonostante le mie infinite rotture di coglioni. Sono cacacazzi. E se mi ami anche così, mezza isterica e nevrotica, me ne frego dei grandi gesti d’amore. Il grande gesto è probabilmente non abbandonarmi.

Però vorrei veramente scrivere qualche riga d’amore. Per questo uomo che ho accanto e con il quale avrei deciso di passare la mia vita.

Io l’ho visto. E mi sono innamorata. Si, proprio così, all’improvviso. Un giorno di qualche anno fa, ho visto lui in questo ufficio dove lavoramo e non ho pensato a niente, non mi sono detta “oddio mi sto innamorando”, “oddio lo voglio”, “oddio già lo amo”, semplicemente non sono più riuscita a non pensare a lui.

Lui.

Lui dalle passioni incontenibili, dall’egocentrismo esasperato, lui dalle mani grandi e dalle spalle forti. Lui che sorride poco e si imbarazza spesso, lui appoggiato a una parete che aspetta solo me.

Lui con il profumo giusto, con la pelle sincronizzata alla mia, lui che ascolta, che discute e pensa di avere sempre ragione.

Lui che sta li, anche quando straparlo, urlo. Lui che è la mia roccia, il mio amore puro.

Con lui mi succede una cosa che nella vita non è mai stata naturale e facile. Io con lui sono felice.

Tra l’altro con lui ci ho fatto un figlio. E ho detto tutto.